Dove potevamo essere mai stati se
nessuno
ricordava più nulla di quegli "altrove"
Valentino Zeichen |
Le immagini di Elena Somarè sono state impressionate in luoghi lontani, agli antipodi terrestri, che la vetusta magia d'un tempo, oggi, non saprebbe spiegare nelle
contemporanee apparizioni di tanti luoghi, tra di loro così distanti; i loro formati si direbbero ingrandimenti progressivi in rigorosa scala da uno...a...
Nel suo aggirarsi per il mondo, sembra riconoscere i movimenti del cacciatore che scende e risale lungo i meridiani, segue le curve dei paralleli, eseguendo molteplici aggiramenti esplorativi del globo.
Per le distanze geografiche che intercorrono tra le immagini di queste foto dalle grandi dimensioni, si viaggia fra loro alla velocità della luce, e questo, per la contemporanea presenza di più fusi orari.
Il nucleo centrale della filosofia fotografica della Somarè sta nelle lontananze geografiche; le prede chimere si mimetizzano a distanze "impossibili" che sembrano avere recapiti negli avverbi di luogo,
negli "altrove". Le sue foto sono esageratamente grandi poichè la realtà è altrettanto esagerata.
Incanta la foto dell'alba sul Gange, a Benares, le ombre che si bagnano nel fiume, i probabili fantasmi di velieri sullo sfondo.
Sorvolando queste foto si ricava la sensazione che la Somarè catturi una nostalgia ignota, percepibile solo dai grandi fotografi.
Nostalgia fissata per sempre nella pellicola, pronta per l'incontro col visitatore d'immagini, che proietterà su di essa la propria, in un gioco speculare.
Rivelare questa duplice nostalgia o malattia da lontananza, credo sia il leit motiv della
fotopoetica dell'artista.
Anche risalendo di qualche parallelo, più a nord, fino al Tibet, commuove la vista di un tempio buddista fra i monti, col suo recinto e il rustico presepe di yak: piccolo patrimonio animale, via Lattea della sopravvivenza.
E per concludere citerei il volto del Buddha che ci sorride dalla copertina.
Quel volto senza dolore ha dietro di se un corpo immaginabile, che resiste alla morsa delle spire arboree che ne avvolgono il corpo in un groviglio inestricabile, agli occhi dei più celebri matematici.
L'obiettivo della Somarè è anche quello di cogliere il narcisismo della natura vanitosa nei paesaggi, e quasi sempre in posa.
Valentino Zeichen |
Da un testo di Laura Cherubini
Per Elena Somaré fotografia e pittura sono solo due mezzi per inseguire uno stesso risultato: "compongo e tratto le mie foto - dice- come fossero quadri".
La ricerca dell'effetto pittorico è esplicita: sgrana, sfuma, ridipinge grazie ad un uso esperto delle tecnologie digitali, per rendere meno fotografiche le sue stampe, per assimilarle al quadro.
Con il suo lavoro, Elena Somaré porta avanti una ricerca che, già nella seconda metà dell'ottocento, aveva trovato i suoi teorici in Henry Peach Robinson e Peter Henry Emerson, ma che ora, arricchita da nuovi mezzi e strumenti, consente di coniugare fotografia e pittura.
La sua ricerca ha un obbiettivo preciso: restituire la verità soggettiva, le sensazioni ed il sentimento visivo, generati,in un certo momento, da un luogo, una luce, un volto. E pur di raggiungere il risultato prefisso è disposta a falsare tutto.
Un percorso artistico in sintonia con i ricordi di Cesare Brandi, che nella sua discesa del Gange scriveva:"Quello spettacolo pareva respirare con
noi, impressionarci come una lastra fotografica, fissarsi non sulla retina ma nel cuore".
Come nella tradizione pittorica, così nel lavoro di Elena Somarè, accanto al genere del paesaggio esiste quello del ritratto.
Tra i suoi soggetti ci sono persone che ha voluto conoscere. Prima del fatidico scatto si è documentata su di loro e nei ritratti c'è, dichiarata, un'interpretazione, che ancora una volta coincide con il ricordo e con le sue emozioni.
Sia che si tratti di paesaggi che di ritratti la fotografia di Somaré ha una forte impronta antropologica.
Coglie l'essenza della persona, la colloca in uno spazio simbolico, fuori campo rispetto ai limiti della pellicola. E attraverso quel fotogramma-frammento, riesce a raccontare una storia.
Laura Cherubini
ELENA SOMARE',
PAESAGGISTA DI STAR
La macchina
fotografica, dice Milan Kundera nel suo romanzo "L'immortalità", ha
sostituito l'occhio di Dio, la luce dello Spirito Santo, l'ombra dell'Angelo
Custode, il calendario di Frate Indovino. Questo linguaggio così vicino al
misticismo è tutt'altro che esagerato. Una bella fotografia, in fondo,
significa il massimo di una situazione e il massimo di se stessi. Percezione
estetica e opinione del mondo.
Ma quando avviene questo magico momento? Il poeta Yves Bonnefoy, in un saggio su
Cartier Bresson, allineava l'arte di far scattare la "camera" alla
tensione psichica associata all'arte del tiro all'arco nella pratica zen e di
scoccare la freccia nello stesso tempo. Non a caso, per il fotografo Frank
Hogart "la fotografia è l'arte di non premere il pulsante". Perché
una bella foto è una cosa molto rara, non è un prodotto meccanico, ma il
frutto di una coincidenza miracolosa. E' una scarica di energia che nelle
immagini di Elena Somarè può facilmente ripetersi.
Allieva di Alfa Gastaldi, i suoi ritratti sono facce esistenziali e corpi
empirici che partono da due elementi esterni: il ritmo e l'essenza della vita
moderna. In questo, la Somarè ci ricorda i ritratti-simbolo di Andy Warhol e la
sua lezione estetica del "più vero del vero". Per capirsi. In
un'epoca di affabulazione dei segni, di idee deboli senza ideali forti, di
fanta-massa senza santa-messa, il nostro modo di vedere sembra a volte un vedere
senza sapere quello che realmente ci accade. Vediamo senza guardare, senza mai
entrare in un rapporto di reciprocità con le cose viste.
Evidentemente, Elena Somarè è consapevole del celebre paradosso warholiano
("è la cornice che fa il quadro"). Infatti i suoi personaggi, una
volta flashati, sono "evidenziati" come un'enunciazione di simboli e
finiscono così ai nostri occhi per appartenere a una specie di trans-estetica
"più grande della vita".
L'archivio di Elena Somarè è presso la Granata Press Service
Roberto
d'Agostino - da Dagospia.com
Testo di Valerio Bispuri
La fotografia spesso ha la funzione di cogliere un momento della realtà, di descrivere e fermare un
evento. Le fotografie di Elena Somarè invece sono immagini che vengono modificate secondo l'idea o il sogno della giovane artista. Elena Somarè crea, inventa e se in un paesaggio sulle montagne del Nepal manca la neve basta colorare, cambiare i livelli di photoshop e tutto diventa
bianco.
Fotografie che diventano quadri, ma anche tanta fantasia nel ritrarre e comporre il regista russo Nikita Michalkoff appoggiato su una barchetta arancione, su un mare colorato.O Rita Levi Montalcini chiusa in un bicchiere di vetro che rappresenta la sua apparente fragilità.
Due anni di lavoro minuzioso dove ogni particolare è curatissimo, le ombre , i riflessi per non parlare dei colori e le espressioni. L'originalità sta sta proprio nel riuscire ad unire fotografia e pittura, a utilizzare un immagine per trasformarla in sogno.
Niente è lasciato al caso e a volte tutto è volutamente portato all'esasperazione, il tutto con l'aiuto delle tecnoche digitali.
l'Unità 24 ottobre 2003
Prolegomeni ad ogni futura mostra di Elena Somarè
di Stefano Diana
L’arrugginita e ostinata consuetudine di arrampicarsi sugli specchi lustri di ogni vigilia
di vernissage per sbucciare un commento, per buttar lì qualche farabola atta a riempire
la doppia pagina di circostanza, non calza qualsiasi artista. Ci sono artisti che non
appartengono al tempo, mentre la didascalia pro mostra è quanto di più secolare si
possa concepire. Perché affibbiare medaglie monouso sul petto di artisti fuori dal
tempo? A noi sembra uno sforzo vano e grottesco, quanto quello di piantare un palo nel
corso di un fiume che eterno scorre e verde.
Naturalmente per evitare tali buchi nell’acqua gli esseri fuori dal tempo vanno
riconosciuti. Elena Somarè è uno di questi esseri fuori dal tempo. A lei allora ho pensato
adatto raccogliersi una volta per tutte, e quindi per nessuna, in un unico foglio che
appaia alla porta nel bel mezzo del mai o del sempre, le poche note che possano essere
di utilità al suo visitatore presente passato o futuro, terrestre o extra, allo spettatore per
scelta o per caso. Mi sono chiesta cosa fosse meglio sapere prima di entrare, anzi prima
di partire per raggiungere, anzi prima di immaginare di partire ed attraversare grandi
arterie piazze vicoli tratturi e foreste a bordo di bus motorini aerei filanti monovolume
bestie da soma e ponti tibetani fino ad arrivare a una qualsiasi mostra di Elena Somarè.
Ebbene, è presto detto.
Avvertenza iniziale: nessuna distinzione tra foto e quadri. Sono pittografie, per i poveri
in ispirito che non sanno far senza nomi. La cosa seria è un’altra: posti, personaggi,
forme, colori – sono tutti pretesti. La memoria di Elena, anche quella di un attimo fa, è
più simile alla fantasticheria, a una fantasia venata di rumore bianco. Solo falsando,
confondendo, mischiando e traslocando le sue immagini riesce ad ammorbidire i rigori
estranei della veglia in un sogno simile a sé in cui riprendersi. Come vorremmo saper
fare tutti. Il dirottamento, usando gli occhi come timone, avviene già alla sorgente di
tutto il processo: nel momento della presa originaria dell’immagine, anzi nel desiderio
stesso della sua cattura. C’è sempre uno scatto, in principio; tuttavia Elena non lo
sceglie per quello che c’è bensì per quello che non c’è. Ma ci potrebbe essere. La
memoria-fantasia ferma il magma in frammenti vetrificati sognando quello che
ricorderà. Sono scoperte da fare, vestigia di cose non ancora nate e dimenticate, futuro
anteriore.
Esempi. Un solingo muretto a secco incontrato nella campagna ellenica sarebbe per
altri un silente compagno di pecore: e invece per Elena ha già seduti sopra un attore e
una ballerina che non ci sono e che lei tuttavia non ha ancora conosciuto. Quel lago
scuro? È una montagna orizzontale. Con ombre di cacciatori fuse dentro, come insetti
nell’ambra. E la montagna? È l’altro lato dello splendore invisibile del cielo, un canale
tv morto. Altrimenti un corpo stupefatto, abbandonato, escoriato. E i danzatori
esultanti? Si fondono in scie, panneggi di aerei lenti, e nello sguardo offuscano le ultime
tracce di storie tramontate per sempre, esalando fiori multicolori. Se scendi al fondo del
mare, troverai re e buffoni. Se sali sopra le nuvole troverai armenti. Le parti sono legate
come lo sono una causa e un effetto lontanissimi: il battito sordo dell’elicottero che
passa e fa tremare le tazze nella dispensa sotterranea; la fiaccola accesa sul colle dal sole
che si riflette su un minuscola finestra, resa visibile per un minuto in tutta la valle. Ogni
tanto (non si sa quando) scorgerai i reperti confluire nell’oscura, insondabile fucina: le
suggestioni di ogni epoca, comprese quelle di là da venire, raccoglieri, appiccicarsi,
contrarsi fino all’infinitesimo, poi schioccare in avanti in uno slancio che si espande e
splat! atterra sul muro, stampata per sempre su alluminio. L’immagine è ferma. È
un’isola di salvezza: dell’artista, ma anche tua. Ogni mostra sarà un arcipelago di
sollievi.
Che andrebbe esplorato dall’alto. Purtroppo le opere di quest’artista senza tempo non
hanno goduto e forse mai godranno delle condizioni di esposizione ideali. Ci vorrebbero
delle sale enormi, o meglio lunghissime, perché molti di questi quadri – non vi lasciate
ingannare dal grande formato, è un altro trucco – in realtà sono da guardare piccoli
piccoli, come francobolli di pochi centimetri. Perciò si dovrebbero osservare da qualche
decina di metri. Senza sforzare la vista, da lì otterrebbero l’effetto voluto: brevi,
profondi colpi di pennello dentro la testa, con tanta aria intorno. Sappiamo che non ci
sono gallerie con le geometrie e le dimensioni fisiche adatte, né tanto meno galleristi che
comprendano questa sofisticata necessità. Aspettando il bel giorno in cui potremo
finalmente vedere le opere di Elena redente su una spiaggia, noi spettatori a rimirarle a
bagno da dove non si tocca, ci tocca sperimentare. Io consiglio di portare alla mostra di
Elena un binocolo: giratelo al contrario e guardate i quadri come se fossero in un luogo
non solo lontano, ma addirittura difficile da raggiungere. Servirà a capire meglio. Quasi
quanto sapere che Elena può adorare un pasticcino più di se stessa.
Un ultimo avviso sul rapporto arte-vita, secondo un costume accreditato e non vano.
Allo spettatore di Elena Somarè immancabile verrà alla bocca una domanda, la quale
pure mai avrà egli il coraggio di pronunciare. Tiriamola fuori una volta per tutte. La
domanda è: Elena, ma sei stata davvero, di persona, in questi luoghi che ci mostri qui,
così remoti e inaccessibili, così simili a quei miraggi scivolosi che rammenti per qualche
istante appena sveglio, e poi irresistibilmente perdi per sempre? Sì, perché se ci sei stata
come hai fatto a tornare indietro indenne? E ci si chiederà, similmente: Elena, ma hai
conosciuto davvero, di persona, questi grandi personaggi, tutte queste superstar che
sono nei tuoi ritratti? Sì, perché se lo hai fatto come càpita che ora tu sia qui con noi a
condividere pasta e fagioli e una torta fatta da te, e non invece a bordo di panfili
bianchi, sotto le telecamere in una perpetua notte degli Oscar con abito da sera di
Valentino e personal trainer al fianco? Domande legittime, ma rivelatrici di debolezza.
Risponderemo noi, una volta per tutte: dipende da cosa uno intende con “davvero” e
“di persona”. La risposta è sì, Elena was there. E anche no, Elena was not there. Qui
però, su questa apparente antinomia che funziona come l’oscillazione di un pendolo,
comincia un territorio più intimo, un ambito sacro che è impossibile violare, un mondo
privato che potrete visitare solo con la fantasia, se vi va, e senza sicurezze. Perché Elena
Somarè è un’artista senza tempo ed è fatta per esseri senza tempo, non per sordidi
mondani cercatori di plastica.
Stefano Diana
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